La Sindrome di Stoccolma & i film Disney: sfatiamo un mito!

Molti credono che La Bella e la Bestia parli della Sindrome di Stoccolma…
ci dispiace deludervi, ma non è proprio così.

Sindrome di Stoccolma

Partiamo dalle basi: per chi non lo sapesse, un soggetto affetto da sindrome di Stoccolma prova sentimenti positivi verso il suo aguzzino, che spesso sfociano nell’amore e/o nella venerazione nei suoi confronti. La povera vittima, ad un certo punto, si piega totalmente e volontariamente ai desideri del suo carnefice. Si tratta, in altre parole, di dipendenza psicologica (e affettiva) che nasce tramite violenza e abusi di ogni genere. 

Pensiamo, adesso, alla storia di Belle: una donna che provvede da sola alla propria istruzione mentre si ritrova a vivere in un villaggio pieno di gente ignorante, bigotta e superficiale. La prima principessa Disney a non desiderare un principe azzurro, ma a voler «vivere di avventure». Per non parlare del modo in cui si rivolge a Gaston, adorato da tutti fuorché da lei. 
Sin dal primo incontro fra lo spettatore e Belle, non si può non pensare che sia una donna intelligente, forte, curiosa e indipendente.

E questo è molto importante: tanto per cominciare, perché il fenomeno della sindrome di Stoccolma trova terreno fertile con una vittima dal carattere fragile. Cosa che Belle non ha e non sviluppa. Infatti, lei sceglie di diventare prigioniera della Bestia per salvare suo padre. Non solo, non è disposta ad accontentare la Bestia né ad andare d’accordo con lui finché non vedrà che può anche essere gentile. 

Apriamo una piccola parentesi: il fatto che la Bestia sia irascibile, immatura e che non sappia come trattare i suoi ospiti non sarà giustificabile, forse, ma è comprensibile. Se pensiamo che è stato vittima di un incantesimo per colpa del suo egoismo e della sua superficialità, e che per dieci anni si è confrontato soltanto con la sua servitù (badate bene: servitù, non ospiti), è normale che non abbia avuto modo di evolversi –  e, di conseguenza, di imparare dai propri errori.
La Bestia è un principe cresciuto in un mondo che gli deve tutto… ma la Fata e Belle non la pensano così. Ecco perché ringhia e si lascia trasportare dall’ira quando lei si rifiuta di cenare con lui. 

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Belle scappa quando lui la scopre nell’Ala Ovest: ulteriore prova del fatto che è lei a dettare le condizioni della propria prigionia – cosa che non si addice per niente a chi ha la sindrome di Stoccolma. E qualcosa comincia a cambiare quando la Bestia le salva la vita, sebbene, dopo quell’episodio, i due continuino a urlarsi contro ancora per un po’.
Lei scopre in lui un principe gentile, e da un’improbabile amicizia nasce un amore tenero e insicuro, che si fa sempre più vivo nella scena del ballo. Dopo aver espresso il desiderio di rivedere suo padre, viene lasciata andare.

Probabilmente, Belle scopre di essere davvero innamorata della Bestia soltanto quando lui, nonostante le sue paure, ha il coraggio di liberarla dal loro patto. Pensiamo alla frase che Emma Watson fa pronunciare a Belle nel live action del 2017: 
«Si può essere felici, se non si è liberi?». Con quel gesto, la Bestia la rende (forse per la prima volta) davvero felice.
Una vittima affetta da sindrome di Stoccolma potrebbe desiderare la libertà, ma non lascerebbe mai il proprio carnefice – specialmente se fosse innamorata di lui. 

Siete ancora convinti che sia Belle ad avere la sindrome di Stoccolma? 

Eppure, la Disney ha parlato della sindrome di Stoccolma.
Ma in quali film?

Un lungometraggio che tratta questo tema risale a qualche anno dopo l’uscita de La Bella e la Bestia: Il Gobbo di Notre Dame. Frollo ha sempre affascinato, per certi versi, chiunque abbia visto il film (o il musical) o letto il romanzo di Victor Hugo. La sua ossessione perversa per Esmeralda, il conflitto interiore tra la sua natura di prete e la sua natura di uomo, la sua ambizione che sfocia nella crudeltà più profonda… insomma, non è un personaggio che passa inosservato. 
Molto spesso, però, ci concentriamo così tanto sul suo rapporto con Esmeralda – o meglio, con l’idea che lui coltiva di Esmeralda – da non soffermarci a sufficienza sul rapporto che instaura con Quasimodo. 

Esatto: Quasimodo ha la sindrome di Stoccolma. Potrete obiettare dicendo che Quasimodo non è consapevole di essere un prigioniero, ma la sindrome di Stoccolma può generarsi anche nei contesti di abuso familiare. 

Frollo rimpinza Quasimodo di insicurezze giorno dopo giorno, minando la sua autostima e facendogli credere che l’unica persona che possa davvero amarlo così com’è è proprio lui, perché il mondo esterno è pieno di persone meschine ed egoiste che non potranno mai guardare oltre il suo aspetto. Chiama “premura” la manipolazione psicologica che esercita su di lui in modo costante e continuo.
E non dimentichiamo le parole di Clopin: “Quasimodo” vuol dire “formato a metà“. Frollo l’ha battezzato con quel nome per ricordargli sempre della sua natura deforme. Rimane indifferente quando il suo protetto è pubblicamente maltrattato e umiliato. Ciononostante, il povero gobbo gli resta sempre fedele, sempre pronto ad ammettere di aver sbagliato e di essere una nullità. Tutto questo perché è convinto di essere amato. Fortuna che, poi, la giovane gitana gli aprirà gli occhi!
Un esempio più recente della sindrome di Stoccolma ci è dato da una principessa: Rapunzel. Per non perdere il controllo acquisito sulla ragazza, Madre Gothel le ricorda sempre che il mondo là fuori è crudele, e che la distruggerà non appena lei mostrerà il minimo segno di debolezza. Non solo: Madre Gothel, come Frollo, cerca di demolire l’autostima della sua protetta dicendole che, pur adorandola, non trova che Rapunzel sia così bella. Anche qui la manipolazione psicologica e l’ossessione del controllo indossano la maschera dell’amore iperprotettivo. Infatti, Rapunzel non uscirà dalla torre a cuor leggero, e avrà intenzione di tornarci fino all’ultimo momento – con grande sorpresa di Eugene. Anche qui, ovviamente, è l’abuso familiare l’artefice della sindrome, poiché la principessa non è consapevole di essere una prigioniera, e scoprirà chi è veramente soltanto dopo aver realizzato il suo sogno (e, quindi, dopo aver scoperto cos’è la libertà).

ATTENZIONE: il fatto che questi personaggi abbiano la sindrome di Stoccolma non significa che non possano essere esempi positivi! Quasimodo è buono, gentile, coraggioso ed altruista. Rapunzel è creativa, intelligente, sensibile e leale. Per di più, entrambi, alla fine, riescono a vincere l’aguzzino che li manipolava e li costringeva a vivere come degli emarginati. Ogni personaggio Disney ha molte emozioni da regalare al suo pubblico. Ed ogni personaggio, come le persone che incontriamo tutti i giorni, ha anche dei difetti. 

E voi? Che cosa ne pensate?
Diteci la vostra in un commento! 

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